domenica 9 gennaio 2011

La cucina ebraica del Ghetto a Roma



Oggi, il Ghetto degli Ebrei  non ha più  l’immediata riconoscibilità dei suoi vecchi confini. L’attuale quartiere ebraico, racconta solo in parte le caratteristiche di vita eterna e l’ambiente del Ghetto storico, per altro travolto dalle distruzioni degli anni Ottanta  dello scorso secolo. Questo spazio abitato ancora da qualche centinaio di ebrei e, più densamente abitato prima della guerra, funge ancora da polo di attrazione turistico-commerciale, per la densa presenza di esercizi al dettaglio e all’ingrosso. Sono molti i buongustai anche non ebrei che vengono nell’ex ghetto per comprare la carne, i dolci squisiti o per cenare in uno dei famosi ristoranti koscher, specializzati in particolarità gastronomiche alla giudia.


Quella romano-giudaica è certamente  la componente più colta, raffinata e ingegnosa della cucina romana.
La presenza ebraica a Roma ha origini antichissime: già in età romana fioriva sulle rive del Tevere una vivace comunità ebraica identificata da proprie usanze, professioni, zone abitative e sopravvissuta, con alterne vicende, lungo tutto il Medioevo. Il 1555 segna la data dell’istituzione del Ghetto da parte del papa Paolo IV Carafa: da allora la storia di questa comunità si è intrecciata per tre secoli, fin quasi a coincidere con le vicende del cosiddetto “serraglio degli Ebrei”.


La parola “Ghetto” viene da Venezia e forse deriva dal luogo di concentrazione degli Ebrei presso la fonderia (o “getto”) dell’isola della Giudecca. La bolla del 1555 prescrisse la erezione di un muro (cosiddetto serraglio degli ebrei) delimitato con tre porte e aveva per lati maggiori il Tevere e l’attuale Portico d’Ottavia, mentre uno dei lati minori attraversava la piazza Giudea e l’altro raggiungeva dal fiume la chiesa di S. Angelo in Pescheria.


Emarginati dalla popolazione romana nella loro qualità di forestieri dediti ai traffici e come tali confinati nei quartieri del Trastevere e dell’Aventino, abitati di preferenza dai forestieri e dai commercianti, gli Ebrei vennero sostanzialmente poco tollerati con i loro costumi e i loro riti.
La chiusura in un particolare distretto della città comportò gravi conseguenze di impoverimento per le comunità ebraiche, che culminarono in quello stato di diffusa degradazione ambientale che tanto doveva colpire i viaggiatori dell’Ottocento.
Il Ghetto si aprì una prima volta nel 1799 e poi nel 1848: le sue mura vennero definitivamente smantellate la notte del 17 aprile di quell’anno. Fino ad allora aveva costituito un piccolo mondo autonomo, dotato di una propria autarchia, con tutti i servizi attinenti anche al rispetto delle prescrizioni rituali negli alimenti, compresi i forni per i pani azzimi (una via si chiamava delle Azzimelle).


La cucina ebraica  a Roma è molto presente, non solo nell'ambito delle famiglie, ma anche in quello dei ristoranti, delle trattorie, con negozi specifici di antica data. Segni evidenti della millenaria presenza ebraica in Roma rimangono  in certi piatti della cucina romana, arricchita dai notevoli apporti delle tradizioni orientali, importate dai mercanti e dagli artigiani ebrei sin dal X secolo.
Con il termine “kasher” vengono indicati i cibi adatti ad essere consumati, senza cadere in errore contro il divieto. Ogni  piatto della cucina ebraica è di per sè molto elaborato in parte per osservanza alle regole religiose, in parte per trasformare alimenti poveri in piatti gustosi, in parte infine per la solennità che il cibo riveste sempre per il popolo ebreo, essendo il desco considerato luogo di sacrificio e di preghiera così come una certa religiosità conserva anche la laboriosa preparazione affidata alle donne che in cucina hanno sempre trascorso molto tempo e dedicato molto impegno. Si tratta, comunque, di una cucina semplice, ma resa sempre nuova e interessante dalle  sue note orientali e dall’uso di ingredienti molto profumati come uvetta, pinoli, cannella e chiodi di garofano


Si tratta di piatti semplici, nati in ambienti familiari, che occupano un posto importante nella cucina romana, anche se in diverse ricette vengono esclusi a priori particolari alimenti messi al bando dai precetti biblici. Queste ricette sono state tramandate verbalmente, di generazione in generazione, rimanendo integre fino a quando, circa quarant’anni fa,  non sono state sottoposte ad alcuni cambiamenti in ossequio all’evoluzione dei tempi.

Fra i raffinati piatti, entrati nella tradizione della cucina romana, ricordiamo alcuni fritti, come i fiori di zucchina farciti con mozzarella e alici, i filetti di baccalà e una serie di ricette tipiche delle festività religiose, come l’indivia con le alici, i carciofi alla giudia, il risotto di Shabbat, il pane a forma di treccia, gli aliciotti con l’indivia, le «coppiette di carne secca» (piatto che entra nel menu tipo del Capodanno sefardita), entrate – con alcune varianti – nella cucina romana secondo la quale non vengono seccate per far perdere il sangue come prevede l’uso ebraico che indica la seguente preparazione, i pomodori col riso, i gnocchi alla romana (consumati in occasione della festa delle primizie “Shavuoth”che si celebra sette settimane dopo la Pasqua).

Il Portico d'Ottavia a Roma

A ridosso del Teatro Marcello a Roma sorge un'area dal fascino millenario. Si tratta del Portico d'Ottavia, il più antico quadriportico di Roma fatto costruire nel Campo Marzio meridionale  da Augusto tra il 27 e il 23 a.C., a nome della sorella Ottavia. Del monumento, danneggiato da un incendio e ricostruito nel 203 da Settimio Severo, oggi sono visibili solo alcune colonne e la facciata della Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, da cui deriva il nome del mercato del pesce che si teneva nella zona.
Il Portico si apriva sull’antico Circo Flaminio (un ampio spazio in cui si svolgevano manifestazioni pubbliche), di cui è ancora visibile un tratto della pavimentazione. Intorno  al Portico di Ottavia si concentrarono nei secoli le abitazioni della comunità ebraica successivamente (1555) delimitata a costituire il Ghetto di Roma.
Fin dal Medioevo nella zona del Portico di Ottavia, limitrofa alla Chiesa di Sant’Angelo (che infatti ben presto ebbe l’appellativo “In Pescheria”), si teneva il più grande mercato del pesce. La vendita era favorita dalla felice posizione topografica dell’area, vicina al Tevere e dalla possibilità di sfruttare ampie zone coperte. Le lastre di marmo recuperate dal monumento romano venivano utilizzate per l’esposizione dei pesci. Il mercato, già ridimensionato a seguito dei lavori di ripristino della Chiesa (seconda metà dell’800) che comportarono lo scavo di parte della struttura romana fu trasferito nel 1876 in una struttura appositamente costruita in via di S. Teodoro.
Al mercato del pesce si legava  un certo tipo di folclore: il pesce arrivava con le barche nella notte e all’alba si svolgeva il cottio, cioè l’asta per l’assegnazione dei vari quantitativi. La vendita avveniva sulle grandi tavole di marmo che erano collocate nei resti del portico d’Ottavia e che risultavano di proprietà di importanti famiglie le quali, dalla loro prerogativa, ritraevano un notevole guadagno.
Nell’ambito del commercio del pesce, i Conservatori del popolo di Roma godevano di un privilegio particolare: avevano diritto alle teste, la parte ritenuta più pregiata, dei pesci più grandi (“più lunghi di cinque palmi e fino alle prime pinne”). Questa prerogativa attestata dal Medioevo fino alla fine del 700 è testimoniata da una iscrizione ancora visibile presso l’angolo orientale della facciata. Anche altre lastre con incisa la misura di confronto del pesce, generalmente uno storione, sono state nel tempo apposte sui muri del Portico.
Nell’ambito del complesso monumentale sono stati ritrovati i resti di una bottega in cui erano presenti in gran quantità gusci di telline e ostriche a testimonianza dell’esistenza del commercio del pesce sin dall’epoca Alto Medievale  




Insalata di arance

Ingredienti per 4 persone
3 arance grandi
una manciata di olive nere
olioextravergine d'oliva
sale e pepe
Preparazione
Pelare le arance eliminando la pellicina interna.Conservate il succo che si formerà durante il taglio. Affettate le arance a fettine sottili e sistematele su un piatto da portata. Aggiungete le olive denocciolate, il succo precedentemente raccolto. Completate con sale e pepe e un filo d'olio

A Palermo, cedri, limoni, aranci e mandarini, hanno modificato nel tempo il paesaggio, tanto da far meritare alla città la nomina di "Conca d'oro". L'irresistibile aroma di questi agrumi è penetrato nelle cucine, diventando molto spesso ingredienti fondamentali di numerosi piatti. E' il caso di questa ricetta dove le arance si prestano alla preparazione di alcune insalate, alle quali a piacere si possono aggiungere olive, finocchi e anche  aringhe 

Pinciatelli al tonno

Ingredienti per 4 persone
Una confezione di pinciatelli da 500gr
2 confezioni di tonno sott'olio
1 spicchio d'aglio
olio extravergine d'oliva
una bottiglia di salsa di pomodoro
parmigiano grattugiato
un ciuffo di prezzemolo
Preparazione
In una pentola mettete a bollire la pasta, avendo cura di scolarla al dente. In una padella, intanto, fate soffriggere uno spicchio d'aglio, aggiungete il pomodoro e dopo cinque minuti anche il tonno sminuzzato. Lasciate cuocere ancora cinque minuti, quindi mescolate il sugo con la pasta e lasciate mantecare sul fuoco. Spegnete e servite cospargendo la preparazione con del buon parmigiano grattugiato

Broccoli arriminati

I "broccoli arriminati" (cavolfiori mescolati) sono un vero e proprio trionfo gastronomico. Si tratta di una ricetta tipicamente palermitana che rimanda a ridondanze barocche. Una ricetta sontuosa che vede spesso e volentieri mescolarsi ai broccoli anche la pasta
Ingredienti per 4 persone
1 cavolfiore
una manciata di uva passa
una manciata di pinoli
caciocavallo a tocchetti
due alici sotto sale
1 spicchio d'aglio
olio extravergine d'oliva
Preparazione
Mondate e pulite con cura il cavolfiore. Tagliatelo a pezzi e mettetelo in una pentola con l'acqua bollente per circa 15 minuti. Scolatelo e intanto soffriggete nell'olio uno spicchio d'aglio. Fatevi scogliere anche le alici sotto sale e aggiungete il cavolfiore, l'uva passa precedentemente ammollata in acqua tiepida, i pinoli. Quando il cavolfiore si sarà insaporito aggiungete anche il caciocavallo a tocchetti e spegnete. In questo modo otterrete un ottimo contorno. Se invece volete provare i broccoli arriminati con la pasta, non dovrete fare altro che aggiungere agli stessi della pasta preferibilmente corta e mescolare il tutto in padella in modo da far mantecare la preparazione. Potete anche trasferire la pasta così condita al forno e farla gratinare per circa 15 minuti.

Farsu magru

Ingredienti per 4 persone
1 fetta di carne di vitello da circa 800 gr
pangrattato
uva passa
pinoli
caciocavallo a tocchetti
parmigiano grattugiato
3 uova sode
alcune fette di salame
Per il ragù:
2 bottiglie di salsa di pomodoro
un battutto di cipolla, carota, sedano
qualche foglia di alloro
1 bicchiere di vino rosso
olio extravergine d'oliva
sale e pepe
Preparazione
Sistemate sopra la fetta di vitello del pangrattato leggermente abbrustolito, le fette di salame, i pezzettini di caciocavallo, l'uva passa precedentemente ammollata in poca acqua tiepida, i pinoli leggermente tostati e le uova sode a fettine. Arrotolate la carne in modo da creare una sorta di salsicciotto e chiudetela con dello spago da cucina.
A questo punto in una pentola capiente preparate un ragù: soffriggete nell'olio il battutto di cipolla, carota, sedano e alloro; aggiungete la carne e fatela dorare da entrambe le parti. Bagnate col vino rosso e dopo che questo sarà evaporato, aggiungete il pomodoro e lasciate cuocere per almeno 2 ore e mezzo. Quando la carne avrà assunto una consistenza tenera, fatela freddare su un piatto e tagliatela a fettine. Servite la carne cosparsa col ragù ben caldo.
Con il ragù se volete potrete condire anche dell'ottima pasta fatta in casa. Vi assicuro che rimarrete entusiasti dal sapore

Anche se il nome potrebbe trarre in inganno (Falso Magro), in realtà si tratta di un piatto assai ricco visto che si tratta di carne bovina imbottita con uova sode, formaggi, salami e quant'altro la fantasia possa suggerirvi. Falso magro è,  a dire il vero, "farci de maigre), cioè farcito di verdure, di magro ed è un piatto antico la cui preparazione si deve all'arte dei nobili Monsù, ai quali era affidato il compito di rendere degne della tavola le carni fibrose e dure dei "bovi da guasto", ovvero gli animali stroncati dalla fatica e dalla vecchia che non potevano più essere utilizzati per tirare l'aratro o le pesanti carrette